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La Cascata di Fuas

Nella primavera 2017 il sentiero per la cascata di Fuas è stato rivalutato grazie all'opera impareggiabile di preziosissimi volontari.

 

L’acqua è all’origine di ogni vita, le dovremmo attenzione e rispetto, come fosse una madre o un padre. Per questo, oltre che per la bellezza, abbiamo cercato di dare voce alla cascata di Fuas. Perché da tempo immemore disseta il nostro esistere e l’esistere degli alberi le cui foglie ci donano il respiro, in cambio di nulla. Chissà se la parola Fuas deriva da foias, le foglie, oppure da Faus, i faggi, alberi sacri nell’antichità. Sarebbe solo un anagramma, ma è un mistero che neppure Leonilda, ultracentenaria di Pesariis con memoria da bambina, sa spiegare. Di fatto la cascata è abbracciata da maestose faggete con chiome ombrose presso cui, una volta, si celebravano anche le feste nuziali. In autunno, un letto di foglie su cui ci si può tuffare si posa ai suoi piedi.

 

 

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Emma, 95 anni vissuti a Pesariis, dice che alla cascata, quand’era piccola, andava a far legna. All’alba gli uomini erano già saliti dal sentiero per Entralais e si erano portati nei boschi sopra il salto. Dopo avere segato a mano un faggio, sramato e fatto a tronchi di circa 1 metro, a forza di braccia trascinavano i ceppi nel torrente che li avrebbe accompagnati al salto della cascata. Emma e sua madre, giunte ai piedi della cascata con la gerla in spalla, caricavano i legni e tornavano in paese. Nella loro discesa costeggiavano il rio Possâl, nutrito dalla cascata, attraversavano un sottile ponte in pietra teso ad arco sopra il fiume, giungevano nei pressi della Faria dai Arlois. La Faria, nata a fianco del corso d'acqua, allungava un braccio sopra di esso, quasi fosse una figlia stretta alla madre e attaccata al suo seno per succhiare un po’ di latte. Ci tocca fare un passo indietro nella storia.

 

Siamo nel 1500. Gli uomini della Val Pesarina, i “Cramars”, partivano dalla valle con un mobilio a cassettoni in spalla, la crama. A piedi, valicavano il passo Lavardet e percorrevano la strada che portava a San Candido. Alcuni si dirigevano verso Innsbruck, per giungere alla fiera di Augsburg. Altri verso Lienz e Matrei per Salzburg. Andavano a vendere nell’Europa centrale le loro opere artigianali: stoffe, fili, aghi, chiodi in legno, serrature in ferro battuto assieme a spezie e medicinali arrivati con le flotte veneziane.

Nei villaggi di Pustertal e di Defereggental e nelle fiere di Augsburg e Salzburg, è verosimile che alcuni di essi, nel XVII secolo, scoprirono i segreti dell’orologeria meccanica riportando in valle l’idea di costruire quei marchingegni per marcare il tempo. Avevano forse portato a casa, nel loro mobilio, uno di quei marchingegni, a lungo osservato con occhio attento ed auscultato con orecchio fine, mettendo via nei solchi della memoria e delle mani sapere e ingegno. Ma il sapere non bastava, ci voleva il fuoco e, soprattutto, l’acqua. Gli orologi erano di ferro battuto e per forgiare il ferro occorreva battere e battere il ferro arroventato per poi metterlo a bagno nell’acqua fredda. Occorreva acqua corrente e un mulino per mettere in moto la camma e il maglio per battere il ferro.

Nell’archivio del sacerdote Antonio Roia viene riportato che il primo “arloiar” di Pesariis fu Cristoforo Capellari (1646-1718). I primi orologi domestici, in legno, erano identici a quelli che si trovavano nelle fiere di Augsburg e Salzburg. Poi la famiglia iniziò a costruire orologi da torre. Osvaldo Capellari (1668-1731), nipote di Cristoforo, dopo avere svolto l’apprendistato presso gli orologiai che esercitavano quest’arte a Lienz e Matrei, costruì nella sua fucina l’orologio per il campanile della città di Mortegliano che installò personalmente intorno al 1690.

Ben presto l’arte di costruire orologi da torre divenne di un’altra famiglia pesarina, quella dei Solari. Nel Catasto Austriaco del 1815 si fa riferimento alla bottega in Pesariis di Antonio Solari qm Giacomo (1738-1812) che iniziò l’esportazione degli orologi da torre anche in terra straniera. Molti Cramars, oltre che migrare verso l’Europa centrale, si spingevano in Istria e Dalmazia. Qui alcuni di essi si erano fermati ad insegnare i mestieri appresi in valle (fabbro, falegname) e lì avevano messo su famiglia rimanendo però in contatto e ospitando i novelli Cramars che venivano dalla val Pesarina, tessendo con loro rapporti di tipo commerciale. Grazie a queste relazioni l’isola di Cherso, nel 1789, fu la prima ad avere sulla sua torre un orologio di marca “fratelli Solari”. Le installazioni in Istria, Dalmazia, Montenegro, da parte della famiglia Solari, furono molteplici. Nel testamento di Giovanni Solari qm Antonio (1825-1879) si fa riferimento ad un’altra bottega con maglio situata vicino al rio Fuina di Sott, in localitĂ  Osais.  

Intorno al 1860, quando i cuori di Emma e Loenilda non pulsavano ma i semi dei loro battiti già esistevano nella Valle del Tempo, la famiglia Solari sognò di realizzare l’officina in un casolare con mulino in località Possâl. Il rio Fuina era nervoso, in caso di alluvione veniva giù dai crets come un demone, straripava e buttava pietre fuori dal suo letto a sommergere il paese e le campagne. Bisognava fuggire per non esserne travolti (Fuina da fui, fuggi!). Il rio Possâl era più mite, la sua discesa dai monti più dolce. Nacque così a Pesariis la Faria dai Arlois, a mille passi dal nucleo abitato, nei pressi del rio Possâl. L’acqua del torrente, fatta cadere dalla cascata di Fuas, avrebbe messo in moto le pale del mulino e i macchinari per forgiare il ferro. Più in su dell’attuale stabilimento, prese origine quella che sarebbe diventata l’“Antica e Premiata Fabbrica di Orologi da Torre”. Nel corso del 1800 i fratelli Solari diedero lavoro e benessere a tutta la comunità pesarina: chi costruiva le casse in legno per gli orologi a pendolo, chi coltivava e lavorava la canapa per sostenere i pesi, chi fabbricava imballaggi per esportare gli orologi di grande mole e peso.

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 Ma torniamo ad Emma e a sua madre. Da Possâl, dopo avere fatto su e giĂą diverse volte fino riempire il carretto, si incamminavano verso casa. I faggi, che avevano regalato il fiato, si sarebbero seccati al sole per diventare braci calde e chiacchierone nelle lunghe serate invernali. Non c’era la tv, si passava la sera in fila a sgranare fagioli e a raccontare storie, oggi in casa di Emma, domani in quella di Leonilda, e così via. La piccola Emma, al seguito della madre, giungeva in paese con una fascina di croccanti foglie dorate, caricate sulla sua piccola gerla fatta su misura. Il fogliame sarebbe stato un buon letto per le mucche e le capre della stalla. A sentire le parole di Emma tutto pareva così semplice e in armonia con la natura. Nulla andava sprecato, neppure un’insignificante foglia morta che da lì a poco sarebbe marcita sotto la neve.

A distanza di quasi 3 secoli dalla nascita della Faria dai Arlois abbiamo provato a riscoprire la cascata di Fuas, madre del rio Possâl e motore della fabbrica stessa, unica nel mondo a lavorare incessantemente da quasi 300 anni. Madre e sostentamento di generazioni di uomini e donne cresciuti nella Valle del Tempo.

Intorno al 1915, quando nacque Leonilda, gli uomini della valle costruirono alcune fontane a Pesariis, ognuna delle quali riceveva l’acqua di Fuas. Attraverso un tubo incassato nel ponte in pietra sospeso sul torrente, l’acqua veniva condotta in un deposito sopra il centro abitato e da lì fatta cadere in paese. Le pietre del ponte erano state scalpellate e incastonate a mano, una ad una, con arte e gusto per il bello anche in mezzo al bosco. Le donne, con il buin? in spalla, potevano finalmente andare a rifornirsi alla fontana, evitando di fare lunghe sfacchinate verso la sorgente.

Se fossimo in Africa, al crepuscolo ci sarebbe ogni giorno una processione di donne e bambine che vanno a Fuas con un catino sulla testa, contente e sorridenti per essere entrate in relazione, come sorelle. Quella relazione che ha permesso agli uomini della val Pesarina di arricchirsi di sapere e di farsi inventori, quella relazione reale che si è affievolita per non dire quasi scomparsa da quando dentro le mura domestiche, oltre all’acqua e alla lavatrice, è entrata la televisione, ed ogni cosa che desideriamo è alla portata di un click. I lavatoi e le fontane sono stati asfaltati, tranne poche eccezioni.

 

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Spinti dal desiderio di riscoprire la bellezza della nostra valle e delle relazioni perdute, base per la nostra crescita, abbiamo spazzato il troi per Fuas che fu dei nostri avi, sepolto da troppo tempo di foglie ammuffite. Al cospetto della cascata, schizzati di acqua ghiacciata dal suo frangersi in pulviscolo, ci siamo risvegliati e resi conto che molti dei nostri padri hanno lavorato una vita intera nella fabbrica degli orologi e che la nostra esistenza, ora e in questo luogo, è dipesa in fondo dalla cascata di Fuas.

 

Percorrendo il sentiero che sale dalla Faria dai Arlois, si va su dolcemente verso Fuas, passo dopo passo, con regolarità, come è il cammino della spera granda di un arloi. E man mano che ti avvicini e i canti del bosco si affievoliscono fino a scomparire, riscopri il linguaggio dell’acqua, dolce come una carezza, forte e deciso come la raccomandazione di un padre. Torni indietro, il fragore si allontana, la parola dell’acqua ritorna mite, sei d’improvviso sereno e leggero. Se incontri qualcuno sul sentiero o sulla panchina, ti apri con un sorriso e un Mandi, sei ricco anche con quasi niente in tasca.

 

 

Vi proponiamo questa camminata con i sensi spalancati e pronti a raccogliere la finezza della natura in ogni sua temporalità: i bucaneve che affiorano ai primordi di primavera, il canto del cuculo tornato dall’Africa, le primule che si affacciano tra le foglie d’autunno rimaste lì, il tambureggiare del picchio, una coccinella che si posa sulla mano come fosse un regalo, le piste dei caprioli e dei cervi che dai pendii ripidissimi scendono al ruscello per abbeverarsi, la poiana che volteggia in alto nel blu terso del cielo, e dall’alto ci scruta chiudendoci nei suoi cerchi di Giotto. Dentro questo cerchio torniamo tutti uguali, minuscoli esseri che camminano come formiche per raggiungere una fonte d’acqua, tra odore di terra e di muschio, tra faggi prematuramente caduti su pendii impossibili e la vita che ricresce a primavera sulle loro radici spezzate. L’acqua continua a cadere dal salto, come fosse un miracolo. E solo la poiana sa quanti salti nascosti ci sono sopra la cascata di Fuas, da dove l’acqua, senza fare male a nessuno, sbuca e inizia a correre e saltare per donarsi e raggiungere il suo destino.

 

 

Foto e Testo di Paolo Agostinis, con il contributo di Alceo Solari.

 

 â€śCramar” di  Eleonora Santellani